In un monito netto secondo cui la libertà di stampa in Europa sarebbe a un “punto di non ritorno”, il Consiglio d’Europa, attraverso la sua piattaforma per la promozione della salvaguardia e la sicurezza dei giornalisti, ha presentato ieri (3 marzo) il rapporto annuale.
Intitolato “On the Tipping Point: Press Freedom in Europe 2025”, il documento – redatto da 15 ONG partner per la libertà dei media e associazioni di giornalisti – racconta un anno di pericoli crescenti per i reporter in tutto il continente. Presentato in conferenza stampa al Press Club Brussels Europe, il rapporto si basa su 344 segnalazioni di gravi minacce alla libertà dei media nel 2025, con un aumento del 29% rispetto alle 266 del 2024. L’impennata evidenzia un ambiente ostile segnato da abusi legali, violenze fisiche, precarietà economica e interferenze politiche, con la guerra in Ucraina a proiettare l’ombra più lunga.
All’evento di lancio sono intervenuti giornalisti direttamente colpiti da tali minacce, mettendo in luce il costo umano dell’erosione delle libertà mediatiche.
Tamás Bodoky, cofondatore della testata investigativa ungherese Atlatszo.hu, ha descritto una campagna governativa incessante volta a privare i media critici dei finanziamenti esteri per spingerli verso la bancarotta. Ha citato il coinvolgimento dei servizi segreti del Paese e indicato il nuovo ufficio per la protezione della sovranità come fulcro di queste iniziative, definendolo una macchina statale coordinata per smantellare i media critici nei confronti del partito di governo.
La sua testimonianza si inserisce nelle conclusioni più ampie del rapporto sul “media capture” nell’Europa centrale, dove le autorità utilizzano pressioni regolatorie, pubblicità statale discriminatoria e strangolamento finanziario per favorire gli organi filo-governativi e soffocare il giornalismo indipendente.
Irma Dimitradze, di Batumelebi & Netgazeti in Georgia, ha offerto una delle valutazioni più inquietanti, definendo la deriva del suo Paese “la svolta autoritaria più netta” che abbia letto o sentito descrivere. “Il 2025 ha visto repressioni violente delle proteste, con giornalisti picchiati, arrestati e bollati come ‘agenti stranieri’ in base a nuove leggi”, ha spiegato.
Il rapporto dettaglia come la legislazione georgiana sulla “influenza straniera”, modellata su precedenti russi, abbia costretto i media a registrarsi o affrontare sanzioni, soffocando la copertura sulla corruzione governativa e sulle proteste per l’adesione all’Unione europea. Le parole di Dimitradze illustrano una tendenza più ampia nel Caucaso meridionale e nell’Europa orientale, dove regimi autoritari strumentalizzano la “sicurezza nazionale” per reprimere il dissenso.
Gunel Safarova, direttrice ad interim di Abzas Media in Azerbaigian, ha fornito una delle testimonianze più toccanti. Ha richiamato l’attenzione sulla situazione drammatica dei colleghi incarcerati, incluse diverse giornaliste, sottolineando che l’Azerbaigian detiene un triste primato regionale per l’imprigionamento di operatori dei media. “Abbiamo molti colleghi dietro le sbarre, comprese donne che sopportano condizioni durissime semplicemente per aver svolto il proprio lavoro”, ha dichiarato Safarova, citando casi di reporter investigativi accusati con imputazioni fabbricate – come contrabbando, riciclaggio e evasione fiscale – spesso legate alle loro inchieste su casi di corruzione ai più alti livelli. Ha evidenziato anche la dimensione di genere della repressione, con giornaliste deliberatemente isolate in carceri remote e soggette ad abusi.
La sua frase più incisiva ha colto la dimensione geopolitica della repressione: “Siamo vittime del gas e del petrolio”. Safarova ha sostenuto che le vaste risorse energetiche dell’Azerbaigian conferiscono al regime un potere di leva sui leader europei, che a suo avviso “chiudono gli occhi sulle violazioni dei diritti umani” nei negoziati energetici o nelle partnership strategiche. Questa dipendenza economica, ha argomentato, favorisce l’impunità nel silenziare sistematicamente i media indipendenti, con scarse reazioni concrete da parte dell’Unione europea o di altre potenze occidentali, nonostante le ripetute condanne internazionali.
Dragana Žarcović Obradović, del Balkan Investigative Reporting Network (BIRN) in Serbia, ha affermato che ascoltando le colleghe di Georgia e Azerbaigian ha improvvisamente compreso chi siano i “maestri” delle autorità di Belgrado. “Quando ho sentito parlare Irma e Gunel, è diventato chiaro: i metodi che affrontiamo in Serbia vengono importati proprio da quei contesti”, ha osservato, indicando un modello evidente di apprendimento autoritario transfrontaliero. Ha poi richiamato l’attenzione su uno degli strumenti più diffusi di repressione nel suo Paese: le SLAPP, cause strategiche contro la partecipazione pubblica.
“Solo BIRN affronta cinque cause SLAPP attive”, ha detto, aggiungendo con ironia: “il sindaco di Belgrado è probabilmente il più grande slapper a livello internazionale”. Il suo intervento ha rafforzato le conclusioni del rapporto sui Balcani come area in cui molestie giudiziarie e pressioni politiche rispecchiano sempre più le tattiche di Stati apertamente autoritari.
Altri relatori hanno integrato queste testimonianze con un’analisi sistemica. Nicholas Williams di Index on Censorship ha denunciato l’ascesa di “abusi legali creativi che diventano prassi”, con leggi su diffamazione, protezione dei dati o antiterrorismo distorte per colpire i giornalisti. “Vediamo SLAPP non solo in Stati autoritari ma anche in democrazie come Regno Unito e Francia”, ha affermato. Secondo il rapporto, le minacce legali rappresentano quasi il 40% delle segnalazioni.
Julie Majerczak di Reporters Senza Frontiere ha evidenziato restrizioni contro giornalisti internazionali che coprono proteste, anche in Paesi democratici. Ha accusato l’Unione europea di “non fare abbastanza”, sostenendo che Bruxelles sia “troppo timorosa di perdere Paesi come Serbia e Georgia” per esercitare reali pressioni. “L’European Media Freedom Act è un passo avanti, ma l’applicazione è debole; stiamo assecondando politici che minano la democrazia”, ha dichiarato.
Ricardo Gutierrez della Federazione Europea dei Giornalisti ha posto l’accento sulla crescente precarietà dei giornalisti, dalla fragilità del lavoro freelance fino alla violenza diretta. Ha criticato gli Stati membri per la mancata attuazione efficace della direttiva anti-SLAPP e per la scarsa protezione dei whistleblower.
La guerra in Ucraina resta la minaccia più grave, con quattro giornalisti uccisi nel 2025. Il rapporto elogia gli sforzi ucraini per indagare sugli attacchi ma mette in guardia contro le campagne di disinformazione russe. Nei territori occupati, i reporter subiscono torture e “confessioni” forzate. La repressione transnazionale si estende anche oltre: esuli azeri e bielorussi in Europa denunciano sorveglianza, mentre le autorità turche perseguitano critici all’estero.
Eppure emergono segnali di solidarietà. Bodoky ha citato reti transfrontaliere come Forbidden Stories, che proseguono le inchieste dopo che i giornalisti vengono ridotti al silenzio. Safarova ha attribuito alla pressione internazionale alcune scarcerazioni in Azerbaigian. La piattaforma, creata nel 2015, ha ottenuto risposte statali nel 60% dei casi segnalati, sebbene l’attuazione resti lacunosa.
“Abbiamo bisogno di una NATO dei giornalisti”, ha dichiarato Dimitradze, citando una collega di Correctiv, Joanna Krawczyk, e immaginando un’alleanza unita e transnazionale di professionisti dei media – una forza che, a suo dire, esiste già ma non viene pienamente utilizzata.
Questo rapporto non è solo un insieme di dati: è un manifesto per l’azione. Con i giornalisti nel ruolo di cani da guardia della democrazia, l’Europa non può permettersi di lasciarli imbavagliare. Come ha concluso Dimitradze: “Quando i media cadono, cade anche la libertà”. La domanda ora è se l’Unione europea e i suoi Stati membri ascolteranno l’appello prima che sia troppo tardi.
Traduzione a cura di Cesare Ceccato
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